Manifesto per un’Italia senza tabacco

 

Il tabacco è tuttora la prima causa prevenibile di morte e di malattia, con più di 70.000 morti all’anno in Italia e più di otto milioni mondo, per cancro, malattie cardiovascolari, respiratorie e metaboliche. Anche il fumo passivo è un pericoloso cancerogeno, che nel mondo provoca più di un milione di morti all’anno tra i non fumatori.

Il tabacco danneggia gravemente anche l’economia, per la perdita di produttività e per i costi sanitari, inoltre compromette l’ambiente in tutte le fasi del suo ciclo produttivo, provoca deforestazione e richiede un uso abnorme di pesticidi, infine, i mozziconi sono la fonte più importante delle microplastiche che inquinano i mari.

Le misure che i governi dovrebbero adottare sono ben note. Per proteggere la salute pubblica l’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda che il tabacco sia meno disponibile e meno attraente, e che la popolazione sia più consapevole della sua nocività.

Le misure più importanti mirano quindi a:

  • ridurre l’accessibilità a tutti i prodotti del tabacco grazie all’aumento dei prezzi ottenuto usando appropriatamente la leva fiscale
  • vietare l’uso di tutti i prodotti del tabacco nei luoghi di lavoro e nei luoghi pubblici
  • ridurre l’attrattività vietando ogni forma di pubblicità, promozione e sponsorizzazione dei prodotti del tabacco
  • imporre che i pacchetti siano anonimi, riportino le avvertenze per la salute, ma siano privi della grafica che pubblicizza il produttore
  • aumentare tramite campagne informative la consapevolezza delle persone, soprattutto le più giovani, dei rischi associati al tabacco, ben conosciuti dalla ricerca scientifica indipendente
  • supportare chi vuole smettere di usare i prodotti con nicotina rendendo disponibili e rimborsabili i migliori trattamenti.

 

La letteratura scientifica dimostra che queste misure sono efficaci nel ridurre il numero delle persone che fumano e i consumi di tabacco, purché vengano applicate a tutti i prodotti.

Eppure, da vent’anni, il tabacco sembra svanito dai radar della politica italiana. Ai successi ottenuti nella lotta al fumo passivo con l’adozione della legge Sirchia nel 2004, e nonostante la ratifica nel 2006 della Convenzione quadro per il controllo del tabacco dell’OMS, hanno fatto seguito vent’anni di stasi. L’inerzia del legislatore appare particolarmente grave, a fronte dello spregiudicato attivismo dell’industria del tabacco.

Nel corso di questi vent’anni, infatti, l’industria del tabacco ha ampliato la sua offerta con nuovi prodotti: le sigarette elettroniche (diffuse in Italia dal 2010), i prodotti a tabacco riscaldato (dal 2015) e le bustine di nicotina (dal 2024) sono stati proposti come prodotti a minor rischio per la salute del consumatore, con l’obiettivo dichiarato di sostituire le sigarette tradizionali e risolvere il problema del tabagismo.

Con questi nuovi prodotti, e grazie all’inerzia del legislatore, l’industria ha aggirato i divieti di pubblicità, promozione e sponsorizzazione del tabacco. Non solo le politiche di controllo si sono rivelate inadeguate, ma sono state addirittura adottate misure che favoriscono il consumo di tabacco, come ad esempio la riduzione dell’aliquota fiscale su sigarette elettroniche e sui prodotti a tabacco riscaldato.

Mentre continua a vendere i suoi prodotti tossici che rendono dipendente il consumatore, lindustria del tabacco punta a presentarsi oggi come partner affidabile per la salute e lo sviluppo economico.
Utilizzando la retorica della riduzione del danno, ha lanciato una strategia ad ampio raggio per ottenere il sostegno del mondo politico e quello dell’economia, del settore sanitario e dell’opinione pubblica, posizionandosi come un campione dell’innovazione tecnologica e un motore per la crescita dell’industria nazionale.

Il rapporto con la politica, si è consolidato nel tempo grazie agli investimenti che le compagnie del tabacco hanno fatto nel nostro Paese con la creazione di due grandi impianti industriali per cui hanno ottenuto l’appoggio diretto delle autorità locali, regionali e nazionali. Anche l’acquisto del tabacco coltivato in Italia, consente all’industria di stabilire buone relazioni con organizzazioni di categoria e governi. In cambio, l’industria ha ottenuto l’alleggerimento della tassazione e l’esclusione dei nuovi prodotti dalla morsa dei divieti d’uso nei luoghi pubblici e nei luoghi di lavoro e dei divieti di pubblicità.

L’interferenza dell’industria del tabacco nelle politiche italiane è esplicita e continua. Nonostante la Convenzione quadro sul controllo del tabacco dell’OMS (firmata dall’Italia insieme a più di 180 Paesi) la impegni a proteggere le politiche di salute pubblica dall’interferenza dell’industria del tabacco, nel nostro Paese questa interferenza è altissima. Del resto, l’Italia è al 77° posto (su 90 monitorati) nella graduatoria dei Paesi con la più alta interferenza dell’industria del tabacco (Global Tobacco Interference Index 2023). Ed è in quart’ultima posizione tra i venti Paesi europei.

L’industria del tabacco si è costruita così una nuova immagine nel mondo economico e politico, che alimenta anche attraverso il ricorso alla intermediazione di istituti di ricerca, ad esempio Censis, Eurispes, The European House Ambrosetti, e think-tank, come Platform Initiative, cui affida progetti e finanziamenti in cambio di relazioni privilegiate e visibilità. L’industria del tabacco, responsabile di promuovere e vendere prodotti killer, riscuote l’attenzione dei media perché dichiara di perseguire il benessere aziendale, la parità di genere, l’alto grado di specializzazione del personale, la sostenibilità e altre virtù sociali.

Con l’apertura al settore della ricerca e dell’assistenza sanitaria, l’industria cerca di affermarsi come industria etica, del tabacco buono, che crea benessere. In Italia ha favorito la nascita di un centro di ricerca collegato all’università di Catania, dedicato interamente alle strategie di “riduzione del danno” del tabacco, con una dotazione di almeno 16 milioni di euro offerti da una fondazione legata alla Philip Morris. L’industria del tabacco sponsorizza congressi medici, cerca accordi con gli assessorati alla Salute delle Regioni e coltiva ottimi rapporti con la stampa per ottenere coperture favorevoli.

La qualificazione dei nuovi prodotti del tabacco come “non da fumo” ha reso incerta l’applicazione delle norme sul divieto di pubblicità del tabacco, liberando le strategie di marketing .

Ma questi prodotti innovativi proposti dall’industria possono essere utili nella lotta all’epidemia di tabagismo? I benefici delle sigarette elettroniche per smettere di fumare in un contesto clinico-terapeutico sono assai modesti. Il loro uso mostra un tasso di successo che, pur se lievemente maggiore rispetto alla terapia sostitutiva con cerotti o gomme alla nicotina, resta estremamente basso (tra i 75 e i 90 tentativi su 100 falliscono). Tra coloro che smettono di fumare sigarette tradizionali, l’80% continua a usare la sigaretta elettronica con nicotina dopo il trattamento. Inoltre una gran parte di coloro che non riescono a smettere di fumare continuano a usare sia sigarette elettroniche che sigarette tradizionali, un uso duale che è più nocivo di quello delle sole sigarette tradizionali.

Al di fuori di un contesto terapeutico c’è evidenza che le sigarette elettroniche, come del resto il tabacco riscaldato, non siano efficaci nel promuovere la cessazione dei consumi. I nuovi prodotti dell’industria del tabacco sono molto attraenti per le persone più giovani, e aprono la porta alla dipendenza da nicotina e al multi-uso di prodotti del tabacco, incluse le sigarette tradizionali.

Si sta generando una vera e propria emergenza adolescenti. Nonostante il divieto di vendita di tutti i tipi di tabacco, incluse le sigarette elettroniche, ai minori di 18 anni, tra i ragazzi e le ragazze italiani di 13-15 anni la frequenza di quelli che hanno almeno provato la sigaretta elettronica in Italia è del 55%, la più alta osservata tra 70 Paesi nel mondo. Tra i 16enni europei, quelli italiani mostrano la più alta prevalenza di fumatori di sigarette tradizionali.

Così, dal 2020 in poi e dopo decenni di calo, le vendite dell’insieme dei prodotti del tabacco in Italia sono aumentate e, nel 2024, per la prima volta, si è verificato un aumento anche delle vendite di sigarette tradizionali.

Gli operatori della salute, le società medico-scientifiche, le associazioni dei consumatori non possono accettare questo stato di cose. Sottoscrivono, perciò, questo Manifesto che sollecita lo Stato italiano a definire una strategia a lungo termine per porre fine all’epidemia di tabagismo e promuovere un’Italia senza tabacco.

La strategia per il Tobacco Endgame, sostenuta dall’Alleanza per un’Italia senza tabacco, propone misure di controllo destinate a ridurre, in modo sostanziale e progressivo, il numero di fumatori, fino ad arrivare a una percentuale inferiore al 5%, valore considerato la fine dell’epidemia di tabagismo. Alcune nazioni hanno già elaborato proprie strategie e fissato la data dell’endgame. Svezia, Finlandia, Norvegia, Regno Unito, Scozia, Galles, Irlanda, Francia e Slovenia hanno approvato leggi per l’endgame del tabacco. Anche l’Unione Europea punta a una prevalenza dell’uso di tabacco inferiore al 5% entro il 2040.

L’Italia deve riprendere la strada della prevenzione del tabagismo indicata dalla Convenzione quadro per il controllo del tabacco di cui il nostro Paese è parte e raggiungere l’obiettivo fissato dall’Unione Europea per il 2040. Per farlo deve mettere in atto alcune azioni di riconosciuta efficacia.

Queste sono:

  1. Aumentare sensibilmente il prezzo di tutti i prodotti del tabacco utilizzando la leva fiscale, ed equiparando le accise su sigarette elettroniche, prodotti a tabacco riscaldato e bustine di nicotina a quelle che gravano sulle sigarette tradizionali.
  2. Destinare parte dei maggiori introiti fiscali a un fondo per il controllo del tabacco, con cui finanziare la ricerca indipendente sul controllo del tabagismo e rendere accessibili i trattamenti di provata efficacia alle persone che vogliono smettere di dipendere dal tabacco e dalla nicotina.
  3. Incrementare i controlli e far rispettare gli attuali divieti di vendita ai minori di 18 anni dei tabacchi lavorati e degli altri prodotti di consumo contenenti nicotina, applicando le sanzioni amministrative già previste, che arrivano fino alla sospensione della licenza.
  4. Considerare misure più restrittive rivolte in particolare alle persone fino a 21 anni, con l’obiettivo di creare nuove generazioni libere dal tabacco.
  5. Ridurre progressivamente il contenuto massimo di nicotina nelle sigarette e negli altri prodotti del tabacco.
  6. Estendere il divieto di fumare nei luoghi pubblici e di lavoro, includendo le sigarette elettroniche e i prodotti a tabacco riscaldato. Estendere i divieti anche alle aree all’aperto se non consentono la protezione di chi non fuma.
  7. Estendere il divieto di pubblicità, promozione e sponsorizzazione dei prodotti del tabacco a sigarette elettroniche, prodotti a tabacco riscaldato e sacchetti di nicotina, con riferimento a tutti i media, compresi i social media.
  8. Adottare la confezione generica o anonima, cioè priva di logo e grafica del produttore, per i pacchetti di sigarette e degli altri prodotti del tabacco e della nicotina.
  9. Vigilare affinché l’industria non interferisca con le politiche di controllo del tabacco, applicando l’articolo 5.3 della Convenzione quadro per il controllo del tabacco.
  10. Aumentare la consapevolezza della popolazione rispetto ai rischi associati al consumo di prodotti del tabacco e della nicotina, realizzando campagne informative che utilizzino anche i nuovi media digitali.
  11. Chiamare alla prevenzione e cura del tabagismo i professionisti della salute, in particolare quelli che operano nelle cure primarie, nella sanità pubblica e nei luoghi di lavoro.
  12. Potenziare i sistemi di sorveglianza su vendita di prodotti del tabacco e prevalenza d’uso, sui fattori che ne favoriscono la diffusione e l’impatto delle misure di controllo.